
Tra i temi caldi passati in secondo piano da quando l’attenzione dell’opinione pubblica è stata totalmente catturata dai problemi legati alla Pandemia, il posto d’onore, almeno in Italia, spetta all’immigrazione e a tutto ciò che intorno a questo fenomeno si muove, all’interno dei nostri confini e nel resto del mondo.
Per diversi anni i mezzi di comunicazione di massa hanno inondato le nostre case e le nostre menti con immagini, notizie, inchieste, dibattiti e, molto spesso, con le prese di posizione di esponenti politici che a vario titolo hanno utilizzato la complessità della questione e le storiche difficoltà incontrate dall’occidente nella gestione della stessa per alimentare le paure e le preoccupazioni della gente rispetto a questo fenomeno. Lo hanno fatto per legittimi fini elettorali, senza che intorno ai processi migratori reali si sia costruita una proposta in grado di modificare almeno in parte le dinamiche tuttora in essere.
Tali dinamiche sono ancora operanti nonostante il Covid abbia cancellato la questione dall’agenda politica e dalle prime pagine delle principali testate giornalistiche.
Il problema però esiste, eccome. Ce ne siamo accorti le settimane scorse quando due lavoratrici della Polizia Locale di Napoli sono state aggredite nella zona del Vasto da un extracomunitario armato di coltello. Solo grazie alla professionalità ed alla freddezza delle colleghe le conseguenze non sono state gravi, e tuttavia quest’episodio è solo l’ultimo di una lunga serie che negli ultimi mesi ha visto decine di agenti della Polizia Locale coinvolti in risse, aggressioni, episodi di violenza.
Non è questa la sede per chiedere nuovamente l’intervento del Sindaco e del Prefetto, lo abbiamo già fatto con un documento ufficiale il giorno stesso dell’ultimo grave episodio e siamo in fiduciosa attesa di una risposta.
Vogliamo invece riflettere in modo pacato sul fatto che le ricette utilizzate fino ad oggi non sono servite a regolare una situazione che, di fatto, in diverse città italiane ha prodotto la presenza di migliaia di esseri umani ridotti in condizioni di povertà e marginalità, condizioni che hanno contribuito e che continuano a contribuire al degrado urbano e alla violenza, in alcuni quartieri con una evidenza allarmante.
Una premessa, necessaria a sgomberare il campo da eventuali equivoci: noi siamo favorevoli all’integrazione. Un popolo civile deve impegnarsi affinché chi sceglie di venire a vivere sulla sua terra abbia la possibilità di essere accolto ed inserito a pieno titolo nella struttura sociale ed economica esistente.
Siamo per l’integrazione, lo ripetiamo, e proprio per questo siamo convinti che il modello Vasto, molto simile a tanti altri quartieri delle grandi città italiane ed europee, non abbia niente di quel modello di pacifica e costruttiva convivenza che auspichiamo senza tentennamenti.
Quella non è integrazione, non è accoglienza, quella è soltanto il frutto dell’ipocrisia di chi ha scelto di non fare alcuna scelta, dimostrando l’incapacità anche di inquadrare i problemi in tutta la loro complessità.
La questione migratoria non la si risolverà mai chiudendo semplicemente i porti, salvo voler impiegare l’esercito italiano in un continuo tiro a segno su carne umana lungo le nostre coste.
Non ci sarà mai una legge, un provvedimento, una ordinanza che potrà fermare il cammino degli esseri umani verso un futuro migliore, verso la vita. Potremmo forse rallentarlo, arrestarlo temporaneamente, ma sarebbe come mettere una diga di argilla lungo un fiume, dopo un po' crollerebbe e il fiume ritroverebbe il suo corso naturale.
L’accoglienza indiscriminata d’altronde ha dimostrato e continua a dimostrare la sua inefficacia.
Se la chiusura delle frontiere non ferma i flussi migratori, l’apertura incondizionata e l’assenza di una politica d’integrazione reale e non solo sbandierata determinano i ghetti disumani ed incivili che caratterizzano parti consistenti delle metropoli occidentali.
E allora qual’è la soluzione?
Il punto di partenza da cui prendere le mosse per avviare una riflessione che non sia frettolosa e demagogica, sta tutta dentro la seguente presa di coscienza: una soluzione bella e pronta non esiste.
Non esiste non solo perché le ricette messe in atto negli ultimi anni non hanno prodotto risultati tangibili, ma soprattutto perché la fuga dalla povertà, dalle guerre, dalla scarsezza di risorse, la fuga insomma dalla parte povera del mondo verso la parte ricca, dipende dalla struttura economica che la maggior parte delle donne e degli uomini del pianeta ritiene l’unica possibile.
Fino a quando la capacità elaborativa del genere umano sarà paralizzata dal potere pervasivo del pensiero unico liberista non saranno prodotte idee nuove né proposte adeguate al livello delle sfide che il terzo millennio da poco iniziato ha già posto sul nostro cammino.
Il problema quindi non è se aprire o chiudere le nostre frontiere, quanti extracomunitari accogliere nelle nostre città e come gestire le difficoltà legate alla mancata integrazione.
Queste scelte si trovano a valle di ogni possibile ragionamento che guardi al futuro.
A monte ci sono i milioni di esseri umani che vivono in condizioni di povertà estrema, ci sono loro, le loro storie e le loro ambizioni, alla radice di tutti gli altri fenomeni che da decenni proviamo ad interpretare ed a cui proviamo a dare soluzioni sempre parziali, limitate, che durano a volte il tempo di una tornata elettorale.
I flussi migratori e le pressioni dei poveri sul mondo sviluppato sono gli ambiti sui quali l’occidente misurerà la sua tenuta, ed è dalle risposte che tutti insieme saremo o non saremo in grado di dare che si determinerà quale futuro ci attende: un ulteriore progresso della civiltà oppure un triste ritorno alla barbarie.
La critica all’attuale modello economico dominante non si basa su un’adesione ai modelli alternativi di società sperimentati in passato.
Le idee e le esperienze nazionalistiche e protezionistiche, da un lato, e tutti i tentativi di costruire società basate sulle idee marxiste, dall’altro, hanno dimostrato nel corso del novecento i loro enormi limiti, hanno fallito.
Il modello uscito vincitore, quello adottato dalla quasi totalità delle nazioni e che è alla base, come evidenziato sopra, del cosiddetto pensiero unico, produce tuttavia ogni giorno un enorme ed inaccettabile numero di persone, donne, bambini, anziani, che muoiono di fame nonostante ci siano le risorse per tutti.
E allora accantoniamo una volta per tutte le ideologie del secolo scorso, sono soltanto una zavorra, e proviamo a ragionare liberamente, tutti, senza distinzione, sulla necessità di immaginare e di costruire un mondo migliore, poiché questo nel quale viviamo fa decisamente schifo.
