Tra le pochissime conseguenze positive della pandemia mondiale ancora in corso una ci piace ricordarla oggi che ricorre la Giornata internazionale della donna: per il secondo anno consecutivo le restrizioni applicate alla vita sociale hanno cancellato anche gli autobus e le carovane di auto dirette in poco noti ristoranti di periferia dove accompagnati da cibo e vino non eccellenti si esibivano muscolosi ed a volte improbabili spogliarellisti.

Ci perdonino coloro che hanno partecipato in passato a questo rito annuale, questo non vuol essere un giudizio, ognuno è libero di impiegare il proprio tempo come crede e di divertirsi come più gli piace. Ci auguriamo tuttavia che quando il maledetto virus sarà sconfitto e le nostre vite torneranno ad essere normali queste particolari feste possano essere organizzate, escludendo per ovvie ragioni Pasqua e Natale, nei restanti trecentosessantadue giorni disponibili, e mai più l’otto marzo, che dovrebbe tornare ad essere esclusivamente una giornata di riflessione, di approfondimento, di lotta.

Anche le parole usate hanno un peso. Non è un caso infatti che la denominazione iniziale di Giornata internazionale della donna sia stata negli anni dimenticata e sostituita dalla più mondana e commerciale Festa della donna, che esprime già nel lessico un modo di vedere quest’appuntamento e forse anche un punto di vista complessivo sulla questione femminile.

Per uscire quindi dal ritualismo commerciale e per andare oltre l’identificazione arborea con le note piantine di cui in questi giorni si fa strage, è bene ricordare a noi stessi perché ci sia ancora bisogno di una giornata annuale delle donne.

Ce n’è bisogno perché il livello di emancipazione e di relativa parità raggiunti dalle donne negli ultimi decenni riguarda purtroppo solo una parte del genere umano, quello occidentale e sviluppato, ovvero la parte più ricca del pianeta. In moltissime parti del mondo ed in  numero altissimo le donne sono schiavizzate, sfruttate, segregate, mutilate, tenute fuori dalla vita politica e civile, private anche di quei diritti fondamentali che dalle nostre parti riteniamo invece scontati, acquisiti definitivamente. Su tutto questo gli uomini e le donne dell’occidente, e quindi anche noi, non possono chiudere gli occhi, non possono tacere, far finta di niente. Bisogna tenere sempre accesi i riflettori sul problema, fare pressione sui governi, preparare le nuove generazioni affinchè possano impegnarsi ed ottenere risultati migliori di quelli ottenuti fino ad adesso.

Anche in occidente, nel nostro paese ed in particolare nel mezzogiorno, restano aperte ed all’ordine del giorno questioni antiche ed irrisolte quali la parità salariale, la sostanziale e non formale parità nell’accesso alle professioni, la discriminazione di genere che continua ad essere largamente praticata in quella zona grigia di lavoro nero e non garantito, nella quale la specificità delle donne viene vista come un limite, un problema una palla al piede delle aziende.

Nella pubblica amministrazione ed anche negli ambienti a noi più vicini e che frequentiamo quotidianamente le cose vanno un po' meglio, le discriminazioni salariali e di carriera sono limitate dalle garanzie contrattuali. Non vi sfugge tuttavia quanto la presenza delle donne nei posti che contano e che hanno una influenza diretta sul lavoro di ognuno di noi sia ancora troppo limitata, ridotta quasi all’insignificanza.

In politica, nelle professioni, in tutti gli ambiti della vita civile, la presenza delle donne nei ruoli chiave è fondamentale. Il punto di vista delle donne è necessario, insostituibile. Il punto di vista, ribadiamo, non la semplice presenza. Le donne devono fare le donne, ovvero contribuire alla direzione dei processi produttivi ed organizzativi restando fedeli alla loro diversità, al loro essere donne. Troppo spesso invece gli chiediamo di essere simili agli uomini, di comportarsi come loro. Ed è per questo motivo che le cose non cambiano. Solo attraverso l’integrazione funzionale dei due modi di vedere il mondo, e quindi anche il lavoro, è possibile attivare quei necessari processi di trasformazione che potrebbero migliorare non solo la vita dei lavoratori, ma anche quella dei cittadini.

Noi nel nostro piccolo proviamo a fare la nostra parte, abbiamo scelto di avere una donna alla guida della struttura aziendale del Comune di Napoli, una delle più grandi aziende del mezzogiorno d’Italia.

Roberta Stella ha avuto in questi anni la capacità, il coraggio e la forza di restare fedele al suo essere donna, trasferendo la sua diversa visione della vita nel sindacato, nei gruppi dirigenti che si sono aggregati intorno a lei, tra i lavoratori.

C’è anche questo, e non è poco, alla base dei risultati ottenuti.

La strada che abbiamo da percorrere è ancora lunga, difficile, ma è su questa strada, con le donne e per le donne, che dobbiamo continuare a camminare impegnando noi stessi e le generazioni che verranno.